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Co-fondatore, editore e direttore per nove anni di Café Babel, primo media pan-europeo online, Adriano Farano è un imprenditore dei nuovi media a livello europeo, oggi impegnato tra consulenza, giornalismo, insegnamento e ricerca sul futuro dell’informazione.
Dall’esperienza francese al progetto OWNI, fino alla Knight Fellowship a Stanford, Farano racconta il proprio percorso, la nascita di Café Babel e la trasformazione del mercato editoriale nell’era dei tablet.
Le prime righe della sua biografia la descrivono come co-fondatore, editore e direttore per nove anni di Café Babel, primo media pan-europeo online. Quali sono state le tappe che l’hanno portata fino a questo punto?
Per la precisione, quest’anno sto lavorando al lancio di OWNI in America, con una serie di news app per iPad, parallelamente alla Knight Fellowship a Stanford, dove svolgo attività di ricerca sul futuro del giornalismo.
Sono arrivato a questo punto partendo da una cittadina campana, Cava de’ Tirreni, dove ho iniziato a dilettarmi con il giornalismo amatoriale all’età di otto anni.
Sono poi passato per la Luiss, dove ho studiato Scienze Politiche, per l’Institut d’Études Politiques di Strasburgo e per una gavetta a Le Figaro e Courrier International a Parigi.
Poi è arrivata la grande avventura del media europeo online Cafebabel.com, fondato nel 2001 e diretto fino al 2009.
Qual è stato lo spirito che vi ha portato prima a pensare e poi a creare Café Babel?
Il punto di partenza era il bisogno di un media europeo per cittadini che ormai vivono in uno spazio comune di libera circolazione di merci, persone, idee e problemi.
Uno spazio comune, però, privo di un vero dibattito e di un’opinione pubblica transnazionale.
Cafebabel.com era, ed è ancora, una risposta a questa mancanza. È nato da una generazione, quella del programma di scambio universitario Erasmus, cresciuta a pane ed Europa.
Oggi è parte integrante del progetto OWNI. Quali eventi hanno portato alla separazione dal binomio Adriano Farano-Café Babel? È stato un distacco totale oppure mantiene ancora qualche ruolo o quota?
Ho voltato pagina, con la voglia di cercare nuovi stimoli.
Non detengo alcun ruolo né quote, anche perché Café Babel è una realtà non-profit, che però impiega una decina di persone a tempo pieno.
Che impronta ha voluto dare a questo nuovo progetto? Quali sono i suoi punti di forza?
Partiamo dal presupposto che il possessore di iPad, in America, non dispone ancora di applicazioni di news realmente pensate per il tablet.
Vogliamo rispondere a questa mancanza con un’esperienza immersiva, tattile e interattiva, facendo leva sulla nuova generazione di giornalisti multimediali, designer e programmatori, molto attiva in questo Paese.
Facciamo un bilancio della sua esperienza francese: ci sono punti di contatto con la sua attuale esperienza statunitense?
La Francia è stata la mia America per tanto tempo.
A 21 anni ho pubblicato il mio primo reportage a pagina 2 de Le Figaro, firmato con nome e cognome per intero, cosa non sempre frequente nel giornalismo italiano.
Era un lavoro freelance ottenuto senza alcuna raccomandazione, ma con quello che in Italia si chiama “faccia tosta” e in Francia “determinazione”. Una qualità che tanti miei conterranei hanno e che in Italia, purtroppo, rimane spesso frustrata dal nepotismo.
A un certo punto, però, anche la realtà francese ha cominciato a starmi stretta. Avevo voglia di nuove sfide, in una terra meno familiare. Volevo giocare in Serie A.
Adesso sto facendo i riscaldamenti. Vediamo se il mister mi convoca.
Secondo lei, in che modo incide l’ingresso dei tablet sul mercato editoriale?
Non ho ancora visto nessun magazine tradizionale capace di cogliere davvero il cambiamento in corso con l’iPad.
Il semplice trasferimento dei contenuti cartacei sul tablet, magari con un pizzico di multimedialità, non funziona. Può andare bene per un pubblico già fedele, ma non basta per conquistarne di nuovi.
Si tratta invece di capire la novità dello strumento, adattare i contenuti e puntare davvero sulla user experience.
Questa tecnologia favorisce i web magazine rispetto alla classica rivista periodica d’informazione convertita alle nuove tecnologie?
Sì, può favorirli, ma solo se riescono a comprendere davvero la natura del nuovo mezzo.
Il tablet non è semplicemente una rivista digitale, né una pagina web trasportata su uno schermo diverso. È uno strumento che richiede contenuti pensati in modo specifico, con un’interazione più naturale, un’esperienza più coinvolgente e una maggiore attenzione al rapporto tra testo, immagini, video e navigazione.
Chi nasce già nel digitale può avere un vantaggio, perché è meno legato alle logiche tradizionali della carta stampata.
Ha a disposizione tre righe: vuole scrivere qualcosa ai lettori di TiempoLibreSite.com?
Un messaggio per i giovani.
Come diceva Eduardo: “Fujitavinne”, scappate.
Non è codardia. Si chiama diritto di espressione, diritto a fondare una famiglia e a realizzarsi. Purtroppo, in Italia, se non si ha il cognome giusto, tutto questo è spesso impossibile.

