L’IA mi capisce davvero? Il possibile costo psicologico di una relazione senza fatica

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Sentirsi ascoltati da un chatbot può dare sollievo. Ma che cosa accade quando diventa il nostro principale riferimento emotivo?

di Ester Maria Concetta Lombardo, psicologa e psicoterapeuta

È sera, una discussione ci ha lasciati amareggiati. Scriviamo a un’intelligenza artificiale e riceviamo una risposta immediata, attenta, rassicurante. Oppure, nel silenzio della sera, ci assale una preoccupazione: un problema sul lavoro, una decisione da prendere, qualcosa accaduto durante la giornata di cui non riusciamo a capire il significato. I pensieri si rincorrono e chiediamo all’IA una spiegazione, un consiglio, un aiuto per fare chiarezza. Possiamo raccontarci senza essere interrotti, tornare più volte sullo stesso pensiero, cercare conforto. Da queste esperienze può nascere una sensazione potente: «Mi capisce meglio di chi mi sta accanto».

Sul piano psicologico, quella sensazione merita attenzione. Il sollievo può essere reale anche quando l’interlocutore è artificiale. La domanda è che cosa accade quando questa forma di ascolto diventa il luogo privilegiato, o esclusivo, in cui cerchiamo comprensione.

La metafora dei “pappagalli stocastici”, proposta da Emily Bender e colleghe nel 2021, invita a non confondere la produzione di un linguaggio convincente con la comprensione umana. Pur non esaurendo le capacità dell’IA, richiama una distinzione essenziale: una risposta che appare empatica non dimostra, da sola, la presenza di un’esperienza emotiva condivisa.

Eppure, sentirsi ascoltati può produrre benefici. Negli studi pubblicati sul Journal of Consumer Research, Julian De Freitas e colleghi hanno rilevato che conversare con un compagno virtuale può ridurre la solitudine percepita nell’immediato. Questo risultato aiuta a comprendere l’attrattiva dei chatbot, ma non dimostra che possano sostituire nel tempo i legami umani. Provare meno solitudine per qualche momento e costruire relazioni soddisfacenti sono esiti diversi.

Una ricerca condotta da studiosi del MIT e di OpenAI, disponibile come preprint, ha seguito 981 partecipanti per quattro settimane. Le modalità di interazione assegnate sperimentalmente non hanno prodotto differenze significative negli esiti considerati. Chi utilizzava spontaneamente di più il chatbot mostrava, invece, risultati peggiori negli indicatori di solitudine, dipendenza emotiva e uso problematico. Questa associazione non chiarisce da sola la direzione del rapporto: anche una maggiore solitudine iniziale potrebbe spingere a cercare più frequentemente l’IA.

A partire da questi dati, possiamo individuare alcuni possibili meccanismi psicologici da approfondire, senza considerarli conseguenze inevitabili.

Il primo riguarda la regolazione delle emozioni. Una conversazione può aiutarci a dare un nome a ciò che sentiamo. Se però ogni dubbio o disagio richiedesse una rassicurazione immediata del chatbot, potremmo abituarci a cercare all’esterno una conferma prima di tollerare l’incertezza o decidere. Il punto critico sarebbe il progressivo restringersi delle risorse a cui ricorriamo: il nostro giudizio, le persone fidate, le esperienze concrete.

Un secondo rischio riguarda l’evitamento delle difficoltà relazionali. Dopo un litigio, parlare con l’IA potrebbe aiutarci a mettere ordine nei pensieri e prepararci a un chiarimento. Potrebbe però anche diventare un modo per rimandarlo continuamente. Il sollievo immediato lascerebbe allora irrisolto il problema che ci ha fatto soffrire. In questa prospettiva, conta la funzione della conversazione digitale: ci accompagna verso l’incontro oppure ci permette di sottrarci a esso?

Un terzo possibile meccanismo riguarda la tolleranza della frustrazione nelle relazioni. Aspettare una risposta, accettare un disaccordo o chiarire un malinteso richiede di sostenere emozioni spiacevoli senza interrompere subito il contatto. Quando una difficoltà può essere affrontata e riparata, diventa un’occasione per conoscere meglio se stessi e l’altro. Se la conversazione con l’IA sostituisse sistematicamente questi passaggi, potrebbe ridurre le occasioni per esercitare tali capacità. Il rischio da esplorare è che la disponibilità immediata di una risposta renda progressivamente più difficile accettare i tempi e i limiti delle persone.

C’è poi il tema della compiacenza, chiamata nella ricerca sycophancy. Mrinank Sharma e colleghi hanno documentato in alcuni assistenti la tendenza ad assecondare le convinzioni dell’utente anche a scapito dell’accuratezza, mostrando come l’addestramento basato sulle preferenze umane possa favorire questo comportamento. Nelle questioni personali, il possibile rischio è sentirsi continuamente dare ragione sulla base di un racconto inevitabilmente parziale. Potremmo così trovare meno occasioni per riconsiderare un’interpretazione, riconoscere la nostra parte in un conflitto o immaginare il punto di vista dell’altro.

La sensazione di essere profondamente compresi potrebbe allora dipendere, almeno in parte, dal ritrovare nelle risposte una conferma del proprio punto di vista. Lo “specchio digitale” diventa problematico quando ci restituisce soprattutto ciò che ci rassicura, lasciando meno spazio alle domande che potrebbero aiutarci a cambiare prospettiva.

Già nel 2011, in Alone Together, Sherry Turkle si interrogava sulla tendenza ad aspettarci sempre di più dalla tecnologia e sempre di meno gli uni dagli altri. Una riflessione che oggi invita a osservare anche come l’esperienza con l’IA possa modificare ciò che chiediamo alle persone: quanto siamo disponibili ad ascoltarle, ad aspettarle e a comprenderle quando non rispondono come vorremmo?

Le relazioni umane ci mettono di fronte a una persona che non coincide con le nostre aspettative: ha una storia, desideri e fragilità propri. Comprendersi richiede tempo, disponibilità ad ascoltare e capacità di accettare che, a volte, le parole non arrivino subito. In questo scambio possiamo sentirci riconosciuti e imparare, a nostra volta, a riconoscere l’altro.

Il possibile rischio psicologico emerge quando la facilità della conversazione con l’IA rende meno tollerabile questa distanza tra noi e le persone. Potremmo rinunciare a un chiarimento, evitare di esprimere un bisogno o allontanarci prima di dare all’altro la possibilità di comprenderci. È un’ipotesi da approfondire, che invita a prestare attenzione allo spazio che lasciamo alle relazioni nella nostra quotidianità.

Prendersi cura dei legami significa anche poter dire «questa cosa mi ha ferito», chiedere «tu come l’hai vissuta?» e restare disponibili a una risposta diversa da quella attesa. È nella possibilità di influenzarsi reciprocamente, di ritrovarsi dopo un’incomprensione e di scegliere di esserci che una relazione prende forma. Il bisogno di sentirci compresi trova così uno spazio più ampio: un incontro nel quale entrambi possiamo essere ascoltati, cambiare e crescere.

Bibliografia

Bender, E. M., Gebru, T., McMillan-Major, A., & Shmitchell, S. (2021). On the dangers of stochastic parrots: Can language models be too big? In Proceedings of the 2021 ACM Conference on Fairness, Accountability, and Transparency (pp. 610–623). Association for Computing Machinery. https://doi.org/10.1145/3442188.3445922

De Freitas, J., Oğuz-Uğuralp, Z., Uğuralp, A. K., & Puntoni, S. (2026). AI companions reduce loneliness. Journal of Consumer Research, 52(6), 1126–1148. https://doi.org/10.1093/jcr/ucaf040

Fang, C. M., Liu, A. R., Danry, V., Lee, E., Chan, S. W. T., Pataranutaporn, P., Maes, P., Phang, J., Lampe, M., Ahmad, L., & Agarwal, S. (2025). How AI and human behaviors shape psychosocial effects of extended chatbot use: A longitudinal randomized controlled study [Preprint]. arXiv. https://doi.org/10.48550/arXiv.2503.17473

Sharma, M., Tong, M., Korbak, T., Duvenaud, D., Askell, A., Bowman, S., Durmus, E., Hatfield-Dodds, Z., Johnston, S., Kravec, S., Maxwell, T., McCandlish, S., Ndousse, K., Rausch, O., Schiefer, N., Yan, D., Zhang, M., & Perez, E. (2024). Towards understanding sycophancy in language models. In The Twelfth International Conference on Learning Representations. https://openreview.net/forum?id=tvhaxkMKAn

Turkle, S. (2011). Alone together: Why we expect more from technology and less from each other. Basic Books.

di Derek

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