Storiche pronunce USA sul design patogeno e la tutela dei minori sui Social Network

A marzo 2026, sul mio profilo social personale segnalavo una notizia del Corriere della Sera che tracciava una svolta epocale nelle aule giudiziarie americane. Si assisteva infatti alla fine dell’impunità per i colossi della tecnologia, travolti da condanne e risarcimenti milionari a carico di realtà del calibro di Meta e Alphabet/YouTube.

L’evoluzione giurisprudenziale statunitense stravolge il dogma dell’immunità garantito dal noto Section 230 del Communications Decency Act. Le corti d’oltreoceano non giudicano più le piattaforme come meri editori di contenuti terzi, ma le ritengono direttamente responsabili per il design difettoso e patogeno dei propri software.

La svolta di Los Angeles con il verdetto K.G.M. v. Meta Platforms et al.

Il primo caso ad aver destato l’interesse della dottrina processuale è la causa P. F., et al. (K.G.M.) contro Meta Platforms, Inc., Alphabet Inc. e Google LLC, depositata presso la Superior Court of California, County of Los Angeles.

La giovane attrice Kaley Glenn-Mills, citata nei documenti come K.G.M. e oggi ventenne, ha convenuto in giudizio Meta e Alphabet assistita dall’Avv. W. Mark Lanier. La tesi difensiva ha dimostrato che le piattaforme le hanno causato una grave dipendenza patologica, sviluppata fin dall’età di 6 anni per YouTube e dai 9 anni per Instagram.

Le dinamiche dell’algoritmo, fondate sullo “scroll infinito”, sulla riproduzione automatica e sulle notifiche predatorie, hanno indotto nell’attrice gravi patologie psichiatriche tra cui ansia clinica, depressione e dismorfismo corporeo. Nel corso dell’istruttoria, le co-convenute Snap Inc. e TikTok Inc. sono uscite dal processo mediante accordi transattivi riservati.

Il 25 marzo 2026 la giuria della Corte Superiore di Los Angeles ha emesso un verdetto storico. I giudici hanno accertato la negligenza nella progettazione del prodotto e la violazione del dovere di avviso sui rischi reali di assuefazione. Di conseguenza, Meta e Google sono state condannate a un risarcimento di 6 milioni di dollari a titolo di danni compensativi e punitivi, ripartiti per il 70% a carico di Meta Platforms Inc. (pari a 4,2 milioni) e per il 30% a carico di Google LLC e Alphabet (pari a 1,8 milioni).

Il caso del Nuovo Messico tra incitamento all’adescamento e inganno dei consumatori

Soltanto 24 ore prima, il 24 marzo 2026, Meta Platforms Inc. aveva subito un’ulteriore pesante condanna in primo grado dinanzi al Tribunale di Santa Fe, nell’ambito dell’azione civile promossa dallo Stato del Nuovo Messico e rappresentata dal Procuratore Generale Raúl Torrez.

La causa, incardinata a fine 2023 dal Dipartimento di Giustizia statale, si è fondata sulle evidenze raccolte mediante una rigorosa operazione sotto copertura. Gli agenti di polizia giudiziaria hanno infatti creato profili fittizi che simulavano l’identità di minori di 13 anni. Nel giro di pochissime ore dalla registrazione, gli algoritmi di profilazione di Instagram e Facebook hanno iniziato a raccomandare autonomamente contenuti ad alto tenore sessuale ed esplicito. Contemporaneamente, gli account fittizi sono stati bersagliati da messaggi di adescamento e sollecitazioni da parte di predatori sessuali adulti.

Il Procuratore Generale ha contestato a Meta la violazione delle leggi statali sulla tutela dei consumatori, accusando la società sia di dolo contrattuale sia di architettura dolosa. Da un lato Meta avrebbe rassicurato in modo ingannevole i genitori sulla presunta sicurezza delle piattaforme, mentre dall’altro avrebbe progettato il sistema in modo da agevolare la proliferazione di materiale pedopornografico, con il solo scopo di massimizzare il tempo trascorso dagli utenti sul sito e aumentare i profitti della profilazione. La giuria ha stabilito un risarcimento e sanzioni per 375 milioni di dollari, valore poi ulteriormente incrementato con la determinazione delle sanzioni di legge.

Dalle scuole alla maxi-causa federale MDL 3047

A questi due precedenti si è aggiunto a maggio il caso Breathitt County Board of Education v. Meta Platforms, Inc. et al., incardinato presso la U.S. District Court for the Northern District of California nella sede di Oakland.

I successi legali dei privati hanno infatti aperto la strada a una valanga di contenziosi promossi dagli enti pubblici. Nel caso delle scuole, il procedimento era presieduto dalla Giudice Federale Yvonne Gonzalez Rogers, figura chiave nella gestione del contenzioso sistemico sulle Big Tech. Diversi distretti scolastici americani chiedevano il rimborso dei costi sostenuti dalle istituzioni pubbliche per far fronte alla crisi di salute mentale dei propri studenti. Alla vigilia dell’apertura del dibattimento, la causa pilota si è chiusa con un accordo transattivo da 27 milioni di dollari versati congiuntamente da Google, TikTok, Snap e Meta a beneficio del distretto scolastico.

L’apice di questa epocale transizione si è toccato con il procedimento collettivo multilaterale noto come In re: Social Media Adolescent Addiction/Personal Injury Products Liability Litigation (MDL 3047), incardinato sempre presso la Corte di Oakland sotto la guida della Giudice Yvonne Gonzalez Rogers.

L’azione, promossa da oltre 40 Procuratori Generali statali e da migliaia di privati, si è avviata alla conclusione con una transazione priva di ammissione formale di colpevolezza per un ammontare compreso tra i 16,7 e i 17,1 miliardi di dollari, traducibili in circa 15-16 miliardi di euro.

L’accordo prevede una duplice tutela. La quota monetaria principale, pari a circa il 70%, sarà destinata ai fondi pubblici statali per la prevenzione, la cura della salute mentale giovanile e il rimborso delle spese sanitarie. La restante quota del 30% impone invece obblighi prescrittivi di riconfigurazione algoritmica, imponendo a Meta di eliminare i meccanismi tossici di dipendenza attraverso limitatori temporali automatici, la disattivazione dello scroll infinito per i minori e verifiche dell’età molto più rigorose.

Un divario di civiltà giuridica con il sistema europeo

Scusate l’entusiasmo di chi scrive ma, se confrontate con il cronico ritardo del sistema di tutela civile e amministrativo italiano, queste sentenze rappresentano la reale vittoria di Davide contro Golia. Esse restituiscono dignità e giustizia a chi ha subito lesioni irreversibili all’integrità psicofisica per via di architetture informatiche cinicamente ingegnerizzate al solo fine di generare profitto.

Oltreoceano le corti applicano un’obbligazione da fatto illecito perché in maniera dolosa e/o colposa le Big Tech avrebbero causato danni ai propri utenti solo per fare profitto o meglio maggiori profitti.
Quindi per fare un paragone con la normativa italiana siamo nell’alveo dell’artt. 1173 e 2043 c.c., superando il divieto Section 230. Storicamente le Big Tech si difendevano dicendo “noi non siamo responsabili di ciò che gli utenti fanno o pubblicano sulle nostre piattaforme” (un principio simile all’assenza di un obbligo generale di sorveglianza per gli Internet Service Provider). Le corti USA hanno superato questo scudo affermando che la condotta illecita non è il contenuto pubblicato dagli terzi, ma l’architettura stessa dell’algoritmo di raccomandazione creata dalla piattaforma.

Oltreoceano le corti applicano i principi della responsabilità da prodotto difettoso agli algoritmi e al codice sorgente. In Italia e in Europa, al contrario, assistiamo ancora al lassimismo di una classe politica e legislativa impegnata in discussioni marginali o nel vessare i cittadini con balzelli e vincoli burocratici, mentre la salute mentale e la sicurezza dei nostri figli vengono lasciate in balia del profitto privo di regole delle corporation tecnologiche.

Sperando di non avervi annoiato, per TiempolibreSite.com

Avv. Eugenio Catania https://studiolegalecatania.eu/

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